L’ASSURDITÀ DELLA GUERRA: RIFLESSIONI DALL’AMLETO DI SHAKESPEARE

Premessa

Nel corso delle lezioni di Educazione Civica dello scorso anno, abbiamo esplorato le complesse dinamiche che stanno dietro le guerre. Per farlo, ci siamo serviti di un personaggio secondario ma significativo dell’Amleto di Shakespeare: il principe Fortebraccio di Norvegia. La sua decisione apparentemente immotivata di invadere la Polonia ha fornito un punto di partenza per riflettere sulle motivazioni, spesso incomprensibili, che possono scatenare conflitti bellici.

Questo articolo è il frutto delle discussioni e delle riflessioni maturate in classe. Il nostro obiettivo è estendere il dibattito oltre le mura scolastiche, coinvolgendo un pubblico più ampio in una riflessione critica sulle guerre. Vogliamo indagare e comprendere meglio le ragioni, spesso oscure o irrazionali, che possono giustificare un evento bellico, nella speranza di alimentare un senso di indignazione e di incomprensione verso tali azioni.

Introduzione

In ‘Amleto’, l’immortale tragedia di William Shakespeare, si cela un personaggio secondario che offre una prospettiva unica e spesso trascurata sull’assurdità della guerra. Il principe Fontebraccio, con la sua impetuosa e immotivata decisione di invadere la Polonia, ci invita a riflettere sulle motivazioni e le conseguenze delle guerre, spesso intraprese per ragioni futili o inesistenti. Attraverso il dialogo tra Amleto e Fontebraccio, Shakespeare ci pone di fronte all’irrazionalità e alla tragicità dei conflitti umani, spingendoci a interrogarci sul vero significato e sul costo della guerra.

Il dialogo fra Amleto e Fortebraccio

Il dialogo si svolge nel quarto atto, scena terza della tragedia. Amleto incontra l’esercito di Fontebraccio, che è in marcia verso la Polonia. Curioso, chiede a un capitano il motivo della loro spedizione e apprende che stanno andando a conquistare un pezzo di terra in Polonia, che non ha grande valore e per il quale non vale la pena combattere.

Il capitano spiega che la terra è di scarso valore, ma che Fontebraccio è determinato a combattere per essa. Amleto rimane colpito dalla vanità di tale impresa e riflette sulla natura dell’essere umano, che è disposto a mettere a rischio la vita per un onore così effimero.

Amleto. Mio buon signore, di chi sono quei soldati?

Capitano. Sono del re di Norvegia, signore.

Amleto. E contro chi sono diretti, ve ne prego, signore?

Capitano. Contro una parte del territorio polacco.

Amleto. E chi ne ha il comando?

Capitano. Fortebraccio, il nipote del vecchio re di Norvegia.

Amleto. Va esso contro tutta la Polonia o solo contro un punto della sua frontiera?

Capitano. A dire la verità nuda e cruda, andiamo per conquistare un piccolo pezzo di terra che, non fosse per la gloria che ne deriva alle armi, non ha in sé alcun profitto. Se lo dessero per cinque ducati, dico cinque, non mi scomoderei a prenderlo in affitto. Né, se fosse venduto in feudo, renderebbe al re di Norvegia o a quello di Polonia, una somma più alta.

Amleto. Vuol dire, allora, che i Polacchi non lo difenderanno.

Capitano. Ma si, è già fortificato.

Amleto. Duemila anime e ventimila ducati non basteranno a risolver la contesa per quel palmo di terra. E un tumore che, frutto di un’agiatezza soverchia e di una quiete troppo protratta, scoppia all’interno senza che nulla mostri al di fuori come sia stata cagionata la morte. Vi ringrazio umilmente, signore.

Capitano. Iddio sia con voi, signore.

………………………

Amleto. …L’esser veramente nobili d’animo consiste nel frenare i propri impulsi quando non vi sia una seria causa per cimentarli, ma anche nel riconoscer la serietà della causa pur in una pagliuzza, quand’é in gioco l’onore. Come debbo dunque giudicarmi, io che ho avuto il padre ucciso e la madre contaminata, entrambi a spronare, insieme, e la ragione e gli impulsi del sangue, e lascio invece assopita ogni cosa, mentre, per mia vergogna, m’avvedo della morte imminente di ventimila uomini, i quali s’incamminano alle loro tombe come se andassero a letto, soltanto per un capriccio e la bubbola della reputazione, e si battono per un pezzo di terra che non è neppure tanto grande da contenere tutte le creature necessarie a risolvere la contesa con le armi, che non basta neppure come sepolcro, ma che dico? come ricettacolo, a nascondere i loro corpi massacrati….

Questo dialogo è significativo perché mette in luce il contrasto tra la profonda riflessione interiore di Amleto sulla vita, la morte e il senso dell’esistenza, e l’azione impulsiva e irragionevole di Fontebraccio, che simboleggia l’irrazionalità della guerra e il desiderio di gloria e onore a qualsiasi costo. La scena sottolinea l’assurdità della guerra e la tendenza umana a intraprendere conflitti per motivi superficiali o insignificanti.

Conclusione

La guerra di Fortebraccio, un personaggio marginale nell’Amleto di Shakespeare, ci pone di fronte a una realtà cruda e spesso trascurata: la guerra, nella sua essenza più pura, è un atto privo di logica e umanità. Non dobbiamo cercare giustificazioni romantiche o eroiche in azioni che portano distruzione e dolore. La storia di Fortebraccio ci insegna che la guerra, spesso intrapresa per motivi futili o incomprensibili, è solo un fallimento della ragione e della diplomazia.

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