LETTERA AD UNA CLASSE

Ricordo bene il primo giorno. La cattedra stava lì, dietro una lavagna nera tutta rigata, proprio al centro di quella stanza rettangolare. Lunga da dove mi trovavo io, stretta davanti. Per vedere tutti, una dozzina di studenti, dovevo sempre girare la testa a metà, a sinistra o a destra.

Avevo ventisei anni, e il più giovane tra loro ne aveva almeno trenta. Era sera, dopo le nove. L’unica cosa di cui ero sicuro era che quel posto, quegli sguardi, e le ragioni di quelle persone non avevano niente a che fare con me. Ero lì per caso. Ero giovane e non sapevo cosa volevo fare. Avevo appena finito il servizio militare e il mondo era uno spazio aperto che potevo guardare da ogni angolo. A quell’età, puoi fare qualunque cosa, e poi, dopo un minuto, cambiare idea, lasciare tutto e ricominciare altrove, con altre persone.

Uno della prima fila alzò la mano in modo troppo rispettoso e mi chiese qualcosa. Poco dopo, una signora di mezza età, bionda ossigenata, fece altrettanto. Voleva diventare infermiera professionale, l’ho saputo qualche giorno dopo. Poi un signore brizzolato, che aveva appena comprato un camion tutto suo e si sentiva il padrone del mondo. Poi un altro, e un altro ancora. Poi Marco, ricordo ancora il nome. Non era sicuro di volersi sposare, ma come il fidanzato di Alice, non avrebbe mai lasciato la sua ragazza incinta. Poi Massimiliano e Patrizia, ancora insieme, con tre figli grandi. Poi Antonio, che da allora avrà fatto mille pizze, tutte strane e bizzarre come lui. E altri ancora, di altre classi, altre scuole. Andrea, forse non mi sopportava, ma amava così tanto la matematica che non faceva più caso a me e alle mie paturnie.

Poi, per ultimi, siete arrivati voi. Belli e un po’ strampalati, incostanti, incompleti e incoscienti. Troppo giovani, pensavo, per potervi sopportare. Troppo lontani dai miei pensieri, dai miei ideali, ammesso che ne avessi avuti. Troppo distanti da tutto, anche dalle mie passioni, sia quelle nobili che quelle effimere e superficiali, decisamente più eccitanti e numerose. Pensandoci bene, non avete fatto molto per farvi amare: avete fatto spesso confusione, studiato quando vi andava, copiato spudoratamente. Mi avete chiesto qualcosa e quasi mai aspettato la mia risposta. Contestato, sbuffato e imprecato di nascosto, appena lasciavo la stanza. Siete stati giovani come solo a quindici o sedici anni si può essere, non un anno di più o di meno. Irrequieti, innamorati, delusi. Avete pianto per un brutto voto, gioito per uno buono. Avete iniziato a capire chi siete davvero e ne siete rimasti sorpresi. Mi avete giudicato con benevolenza e guardato con commiserazione, come fanno i giovani con i grandi, sapendo che il mondo, tra poco, sarà tutto vostro.

Siete stati sinceri e onesti e, non lo nascondo, mi sono affezionato a voi.

Non passerò mai a trovarvi, perché non sopporto le rimpatriate scialbe e ipocrite. Non chiederò mai di voi e chiuderò questa parentesi appena possibile. Non guarderò più la scuola dalla finestra del mio studio e non passerò mai davanti all’ingresso del Grigoletti a mezzogiorno. Ma penserò a voi, che lo voglia o no. Penserò a voi ogni giorno e pregherò Dio perché vi lasci in pace, perché non si intrometta nella vostra vita, perché non interrompa mai ciò che starete facendo. Pregherò perché rimaniate per sempre così come siete adesso: belli, intelligenti, strampalati, imprecisi e simpatici.

Epilogo

Sono seduto da solo sul divano dello studio. Sulle ginocchia, la maglia dell’Inter, la numero dieci, firmata da tutti voi e accanto un portachiavi di pelle con uno stemma al centro e una penna. Davanti a me c’è Luigina, la mia gatta nera, oggi si chiama così, domani chissà. Mi guarda sospettosa, mi osserva e miagola. Fa così quando vuole che l’accarezzi o quando pensa che sia felice.

Nota Tecnica

Prometto di tenermi libero per il giorno in cui qualcuno di voi riceverà il Pallone d’Oro, diventerà Presidente della Repubblica, sarà nominato Papa, o riceverà il Nobel per qualcosa. La pace, forse, o la chimica, la letteratura, magari la medicina, ma non la fisica, per favore non la fisica. Chiamatemi, non dimenticatevi di me. Verrò volentieri, starò accanto a voi, commosso, orgoglioso, in silenzio. In rispettoso silenzio.

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