OGM IN AGRICOLTURA: INCROCIO DI OPINIONI TRA PROGRESSO E TRADIZIONE

Premessa

Gli organismi geneticamente modificati (OGM) sono al centro di un dibattito che va ben oltre la scienza, toccando temi ambientali, etici ed economici. A sostegno di questa tecnologia vi è il dottor Luigi Cattivelli, membro del CREA, che evidenzia i benefici potenziali degli OGM nel risolvere problemi agricoli critici e migliorare la produttività. Dall’altro lato del confronto c’è il dottor Gaetano Pascale, Presidente di Slow Food Italia, che mette in guardia sui rischi che questi possono rappresentare per la biodiversità e la sostenibilità delle pratiche agricole. In quest’articolo, cercheremo di esplorare le diverse prospettive offerte da questi esperti, confrontando le loro visioni e le implicazioni pratiche della loro applicazione, con l’obiettivo di fornire al lettore una visione olistica e articolata sull’utilizzo degli OGM nell’agricoltura contemporanea.

INTERVISTA A LUIGI CATTIVELLI: A FAVORE DEGLI OGM

Questa intervista è stata fatta a Luigi Cattivelli,  membro del CREA (Council for Agricultural Research and Economics), esperto di genetica vegetale e

rappresentante italiano nel Research Committee di Wheat Initiative, agenzia internazionale per il coordinamento della ricerca sul frumento emanazione del G20 dei ministri dell’agricoltura.

Secondo la sua opinione, vale la pena coltivare questi organismi geneticamente modificati, invece che le piante tradizionali, nonostante i rischi che presentano? In che percentuale dovrebbero essere consumati dalla popolazione? Quali rischi?

“Tre decenni di studi e centinaia di lavori pubblicati sul risk assessment non hanno evidenziato per le piante OGM rischi diversi da quelli delle corrispondenti piante non OGM. Nessun rischio per la salute e nessun impatto ambientale diverso da quelli delle piante convenzionali.”

L’importazione di queste colture, in particolare in Italia, ha impatti rilevanti nell’economia del settore agricolo? Se potessero essere prodotte localmente, migliorerebbe significativamente l’economia?

“Vediamo un caso concreto: il mais.

Fino a 15 anni fa in Italia si coltivavano circa 1.000.000 di ettari mais con una produzione di circa 10 milioni di tonnellate, pari al fabbisogno nazionale. Oggi si coltivano circa 600.000 ettari e si importa il 40-45% del fabbisogno nazionale di mais, ovviamente si importa anche mais OGM.

Quali sono le ragioni di questa situazione?

Coltivare mais è poco remunerativo e abbastanza rischioso, quindi gli agricoltori coltivano mais solo in aree molto vocate che garantiscono alte produzioni e quindi un ritorno economico. Due i principali rischi: la presenza in alcune aree di piralide, un insetto le cui larve mangiano la pannocchia del mais e che, quando presente in modo massiccio, può determinare perdite del 20-25% e i cambiamenti climatici che riducono la disponibilità idrica ma soprattutto rendono sempre più frequenti fine estati secchi e caldi. Alte temperature, assenza di umidità e presenza di lesioni sulle pannocchie (come quelle causate dalle larve degli insetti) favoriscono la diffusione di funghi micotossigeni che lasciano micotossine nel mais. Le micotossine sono tra le sostanze più tossiche che si conoscano, mais contaminato con micotossine non può essere usato per l’alimentazione animale o umana (divieto tassativo) e quindi può solo essere distrutto in impianto di biogas o direttamente in discarica. Tutto ciò considerato, se in un certo ambiente c’è molta piralide e un concreto rischio di avere micotossine sul raccolto, oppure ci sono limitate possibilità di irrigazione, meglio non fare mais (non sarebbe remunerativo).

In questo contesto, ci sono pochi dubbi sul fatto che l’uso di un mais OGM resistente alla piralide consentirebbe di aumentare in modo significativo la produzione nazionale, esattamente come avviene in Spagna dove il mais OGM è autorizzato.”

In un futuro prossimo, la produzione, il consumo e l’importazione su larga scala di questi organismi rappresenteranno globalmente un problema grave dal punto di vista ambientale?

“Le piante OGM sono coltivate dal 1996, l’80% della soia mondiale e il 75% del cotone mondiale è OGM e questi dati sono stabili da più di 10 anni, il futuro prossimo delle piante OGM è già oggi, ed ad oggi non ci sono evidenze scientifiche di un impatto ambientale diverso da quello delle coltivazioni tradizionali.”

Negli ultimi anni è sorto un enorme dibattito riguardante queste colture; come possono essere conciliati gli interessi degli agricoltori, dei consumatori e dell’ambiente, internazionalmente? Da un punto di vista etico e morale, è accettabile introdurre delle modifiche genetiche in alcune piante od organismi,  e, più in generale,  interferire con il normale processo naturale di crescita delle piante?

“Per quello che so io, gli anni ruggenti del dibattito pro-contro OGM sono stati dal 2000 al 2014, negli ultimi anni se ne parla molto meno. Ed anche negli anni ruggenti non è mai stata posta una vera questione etica trattandosi di piante e non di animali o di medicina umana.

Per me è poi curioso che si parli di normale processo naturale di crescita delle piante; infatti, non mi è chiaro cosa s’intenda per “normale” se normale è come avviene in natura, faccio presente che NULLA nell’agricoltura è come natura crea, aldilà degli slogan pubblicitari sono almeno 10.000 anni che l’uomo usa la selezione genetica per modificare le piante e renderle idonee alla coltivazione, le piante coltivate sono molto, ma veramente molto diverse dalle piante selvatiche da cui sono state derivate.”

INTERVISTA A GAETANO PASCALE: CONTRARIO AGLI OGM

L’intervista è stata fatta a Gaetano Pascale, Presidente Slow Food Italia: una delle più importanti associazioni internazionali no profit che si impegna a dare valore al cibo e a tutelare l’ambiente e l’ecosistema.

Dottor Gaetano Pascale Cosa sono gli OGM?

“Organismi Geneticamente Modificati. Nella maggior parte dei casi si tratta di specie vegetali ottenute grazie al trasferimento di geni da altre specie o dalla stessa specie, per conferire alle piante particolari caratteristiche (resistenza a parassiti, tolleranza a un particolare diserbante, adattabilità a condizioni ambientali eccetera). Nel caso di trasferimento di geni da una pianta di una specie vegetale a un’altra pianta della stessa specie si parla di organismi cisgenici (es.: da una varietà di frumento a un’altra varietà di frumento). Nel caso in cui invece parliamo di trasferimento di geni da pianta di una specie a un’altra specie si parla di organismi transgenici”.

Qual è il suo breve pensiero al riguardo?

“Il miglioramento genetico è sicuramente utile in agricoltura, l’uomo da sempre si è preoccupato di migliorare i caratteri delle piante che coltivava o degli animali che allevava. Gli OGM costituiscono una forma estrema di miglioramento genetico, perché forzano dei processi che in natura non potrebbero mai avvenire. Dal mio punto di vista i benefici di questi organismi, in riferimento alla sicurezza alimentare, alle opportunità per gli agricoltori e alla salvaguardia degli ecosistemi, sono nettamente inferiori ai danni che essi provocano”.

Qual è la percezione che la maggior parte della popolazione mondiale, e nello specifico italiana, ha degli ogm?

Buona parte della popolazione mondiale non è abbastanza informata sugli OGM (cosa sono, perché vengono prodotti, sono utili, a chi sono utili). In Italia la sensazione è che abbiamo un livello di informazione sensibilmente più elevato rispetto al resto dal mondo. Tuttavia anche in Italia la maggior parte delle persone, a mio parere, non è sufficientemente documentata. In ogni caso gran parte delle persone è contraria alla loro introduzione e ancora più contraria al consumo.

Sa darmi una stima di quanti e quali sono i prodotti gm in commercio nel nostro paese?

“Difficile fare una stima del genere, perché purtroppo l’etichettatura non è abbastanza chiara in proposito. Per esempio di alcuni prodotti gm presenti in commercio come ingredienti, noi sappiamo nulla perché non c’è l’obbligo di indicare in etichetta se contenuti sotto una certa soglia. Sicuramente c’è tanta soia e tanto mais transgenico in commercio”.

Fanno male? Se si, a chi e/o a cosa?

“Sulla salubrità o meno di questi prodotti non ci sono evidenze scientifiche, anche perché l’intervallo di tempo osservato, da quando vengono commercializzati, è tale che non consente di vedere effetti a lungo termine sulla salute. Sicuramente non fanno bene alla biodiversità (e quindi agli equilibri degli ecosistemi), perché la loro diffusione va a soppiantare tante specie vegetali autoctone che vengono progressivamente abbandonate. E fanno male anche alle tasche dei contadini che devono tirar fuori tanti quattrini per averli, senza che ciò si traduca in una migliore remunerazione del proprio lavoro”.

OGM = Multinazionali?

“Se parliamo di ricerca no, ci sono tanti ricercatori che lavorano per istituti di ricerca pubblica. Se parliamo di commercializzazione sì, gli ogm attualmente sono controllati totalmente dalle multinazionali”.

La ricerca e le biotecnologie sono importanti ma fino a che punto è giusto spingersi? E in Italia come funziona la ricerca? A che punto siamo?

“La ricerca è fondamentale, anche quella sulle biotecnologie. Però è importante che questo tipo di ricerca sia nelle mani di istituti pubblici e venga messa a disposizione di tutti. Oggi spesso non è così, perché alcune ricerche sono costose e possono essere finanziate solo da grosse realtà private. Quello che auspico per il futuro è un maggiore dialogo fra chi fa ricerca e il mondo della produzione agricola, la ricerca dovrebbe essere fatta un po’ più su ‘commissione’ delle aziende agricole, che invece spesso si trovano ad adottare pratiche innovative loro malgrado (si pensi alle farine animali)”.

Dal 2002 il Ministero Italiano dell’Agricoltura ha vietato la sperimentazione in campo aperto. Cosa pensa al riguardo?

“Penso che fino a quando non si trova un meccanismo in grado di evitare la contaminazione tra piante gm e quelle tradizionali, non c’è alternativa, la ricerca su ogm va eseguita in laboratorio”.

La loro commercializzazione risale ormai a più di 15 anni fa, da allora la promessa che gli ogm avrebbero salvato il mondo dalla fame è stata disattesa? Cosa pensa al riguardo?

“Che quella promessa sia stata disattesa lo dice la FAO: oggi ci sono oltre 800 milioni di persone che soffrono la fame cronica e dall’altra parte c’è un’enorme quantità di cibo che viene sprecata. Quindi non è un problema di quantità prodotta, bensì di diffusione della produzione e di distribuzione”.

Quali sono state le principali battaglie di Slow Food contro gli ogm?

“Non vogliamo fare crociate contro gli ogm, vogliamo difendere il lavoro degli agricoltori, la qualità del cibo di chi deve mangiare e tutelare l’ambiente. Perciò la nostra battaglia principale sta nel fare educazione e informazione, anche attraverso alleanze con altre organizzazioni e con il mondo scientifico”.

Cosa può fare il consumatore contrario agli ogm per contrastarli?

“Informarsi e, se non lo convincono, non acquistarli. Il problema, come dicevo sopra, è che in taluni casi queste informazioni non sono accessibili ai consumatori e allora diventa più complicato contrastarli”.

Come vede il nostro pianeta tra 50 anni?

“Chi si impegna nel sociale non può essere pessimista su questo fronte, altrimenti arriverebbe alla conclusione che non ne vale la pena. Pertanto, credo che, pur tra mille difficoltà e con tante battaglie perse, dovremmo avere un pianeta finalmente abitato da persone consapevoli che il patrimonio ambientale è quanto di più prezioso ci viene consegnato alla nascita”.

Nota

Quest’ultima intervista è stata interamente tratta dall’articolo del giornale “Il giornale del cibo”.

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