PERCHÉ DIMENTICHIAMO E COME RICORDIAMO? STRATEGIE VINCENTI PER OTTIMIZZARE LO STUDIO

Premessa

Quante volte abbiamo partecipato ad una lezione solo per renderci conto che, dopo poche ore, gran parte delle informazioni erano stranamente svanite dalla nostra mente? O ancora, quante volte abbiamo ripensato ad un libro letto, accorgendoci con sorpresa di ricordarne solo alcuni frammenti? L’apprendimento e la memorizzazione di nuove informazioni sono processi affascinanti, ma talvolta possono rivelarsi lunghi e impegnativi. Nonostante il nostro cervello possa sembrare una macchina perfetta ed infallibile, nasconde la fastidiosa tendenza a distruggere in poco tempo le informazioni che assimila. Cosa possiamo fare per evitare il più possibile di dimenticare? In questo articolo faremo chiarezza sui meccanismi che regolano la nostra memoria, aggiungendo anche qualche consiglio pratico per massimizzare l’efficienza dello studio. Ma partiamo dall’inizio…

La memoria

La memoria è una delle più importanti funzioni della mente umana: permette di codificare, immagazzinare, conservare e recuperare informazioni che possiamo sfruttare in un secondo momento per comandare le nostre azioni e i nostri pensieri.

La memoria, quindi, non consiste solo nel “ricordare qualcosa” ma, in psicologia, è un processo molto più complesso che racchiude più fasi diverse:

  • la fase di codifica si attiva fin dai primi attimi in cui si presenta il materiale da elaborare e da apprendere. Un’informazione ci arriva tramite uno dei cinque sensi e viene registrata assieme a una rete fitta di altri dati. E’ molto importante in quanto, se la soglia di attenzione prestata allo stimolo non è sufficiente, l’informazione può essere codificata in modo confuso o parziale e non venire fissata.
  • La fase di immagazzinamento e consolidamento, corrisponde al momento in cui archiviamo nel cervello l’informazione. Una volta elaborata, l’informazione viene archiviata nella Memoria a Lungo Termine (MLT) o nella Memoria a Breve Termine (MBT). Nella MBT vengono conservate le informazioni sensoriali che, se reiterate, vengono trasferite nella MLT mantenute per un tempo indefinito.
  • La fase di recupero è lo stadio in cui riemerge l’informazione archiviata in precedenza per poterla utilizzare in quel momento.

Ricordare e dimenticare

Non è sufficiente apprendere e basta una nozione per poter dire di averla realmente fatta propria, perché a lungo andare sparirà comunque dalla nostra testa. Dimenticare, infatti, è provvedimento preso volontariamente dal nostro cervello, che preferisce lasciar andare alcune informazioni per evitare di sovraccaricarsi troppo. Immagina quanto spazio servirebbe per memorizzare tutto ciò con cui veniamo a contatto nell’arco della nostra vita: il cervello non ne ha di certo così tanto! Ma per quanto tempo la mente riesce a trattenere un’informazione? Verso la fine del 1800, lo psicologo Hermann Ebbinghaus iniziò per primo ad effettuare alcuni esperimenti sulla memoria, per capire quale fosse il ritmo con cui il cervello dimentica i dati che immagazzina. I risultati dei suoi studi sono stati riportati in un grafico conosciuto con il nome di “curva dell’oblio”, che descrive perfettamente il declino di un’informazione all’interno della memoria. E’ curioso notare che un ricordo si disintegra seguendo uno schema quasi controintuitivo: secondo la curva dell’oblio, il momento più critico per le informazioni, cioè quello in cui se ne perdono la maggior parte, è proprio il periodo che segue l’apprendimento. A poche ore da una lezione, abbiamo già dimenticato il 50% del suo contenuto e dopo un paio di giorni ce ne ricordiamo solo una parte molto piccola. Avresti mai detto che è proprio nei primi minuti dopo una sessione di studio, che si perdono la maggior parte delle informazioni?

Veniamo al dunque.

Come potenziare la memoria e massimizzare l’efficacia dello studio? Ecco alcuni consigli:

  1. La curva dell’oblio ci insegna, tra le altre cose, che se non riutilizziamo le informazioni apprese, nel corso del tempo verranno perse. Più vengono praticate, più la curva “si appiattisce”, quindi il ricordo migliora. Non basta apprendere l’informazione per poter dire di averla completamente assimilata, ma è necessario rinfrescare spesso ciò che si ha imparato attraverso le spaced repetition. Come funzionano? E’ molto semplice: immagina di disegnare una lettera su un foglio; più la ripassi con la matita, più il segno sarà marcato e difficile da cancellare. Ugualmente, più ripassi un’informazione nella mente, più questa sarà immagazzinata in modo chiaro e stabile. Il metodo delle spaced repetitions consiste nel ripetere ciò che si ha imparato appena si è sul punto di dimenticarlo, ovvero 1 ora, 24 ore, 3 giorni, 7 giorni successivi allo studio e così via. E’ sicuramente dispendioso in termini di tempo, ma è il miglior metodo per fissare i ricordi nella memoria a lungo termine. Un piccolo sacrificio che può ridurre di molto il tempo di ripasso (e l’ansia) in vista di un esame importante!
  2. E’ meglio evitare di studiare muri infiniti di testo: creano confusione tra gli argomenti, rallentano il ripasso e provocano solo un grande sconforto, facendo sembrare la mole di nozioni da imparare ancora più grande. Nel 1956, lo psicologo George Miller teorizzò un numero, 7 ± 2, che rappresenta la quantità di informazioni che la memoria a breve termine sarebbe in grado di gestire in uno stesso momento. Possiamo prenderlo per buono, anche se ad oggi la scienza pensa che questa quantità possa essere addirittura minore! Per evitare di sovraccaricare il nostro cervello, possiamo quindi ricorrere alla tecnica del chunking. Consiste nel raggruppare in insiemi più piccoli il materiale da studiare, in modo che la mente possa lavorare con aggregati di informazioni semplificati e ben distinti, invece che con molte nozioni scollegate tra loro. E’ una tecnica talmente semplice che la utilizziamo ogni giorno senza farci caso: per memorizzare un numero di telefono, ad esempio, in quanti preferiscono dividere le cifre in blocchi, piuttosto che imparale tutte singolarmente? E allora perché non applicare questo metodo anche nello studio?
  3. Studiare un testo lungo ha poco senso, non solo per i motivi spiegati nel punto precedente, ma anche perché la nostra mente preferisce di gran lunga ricordare le immagini piuttosto che le parole: ed è qui che entrano in gioco gli schemi. Perché ci ricordiamo un film per molto tempo, mentre un libro lo possiamo dimenticare anche dopo qualche settimana? Perché, mentre leggiamo il libro, non stiamo sfruttando la nostra memoria visiva. Creare mappe mentali o riassunti schematici può aiutarci a stabilire rapporti logici tra le varie informazioni, ma soprattutto può essere utile a farci “visualizzare” ciò che stiamo imparando. Se vogliamo un buon riassunto per studiare, cerchiamo di rielaborare le informazioni senza fare eccessivi tagli, organizziamole in blocchi collegati da frecce e inseriamo elenchi puntati; evitiamo di creare blocchi di testo difficili da consultare in futuro. Se vogliamo uno schema come supporto, possiamo giocare con i colori e con la grandezza delle parole, stabilire gerarchie tramite le frecce e inserire simboli, in modo che rimanga tutto più impresso nella mente.
  4. Durante lo studio possiamo metterci alla prova con l’utilizzo delle “flashcard”: carte digitali o cartacee a doppia faccia, le quali da un lato recano una domanda e dall’altro la risposta. Per prima cosa bisogna individuare i concetti chiave sulla base dei quali strutturare le varie domande, da scrivere sul lato frontale delle carte, successivamente si formulano le relative risposte, da scrivere sulla parte posteriore. Durante il ripasso ci si accorgerà che ci sono alcune domande con risposta immediata, altre più lente e difficoltose. Il consiglio è quello di suddividere le carte per livello di difficoltà, in due o tre mazzi diversi, per focalizzarsi su quelle che risultano più complicate.
  5. Non usare la tecnica del “leggi e ripeti”, ma concentrati e cerca di capire cosa dice il testo: ciò che si impara a memoria viene cancellato subito, perché non si fissa nella memoria a lungo termine. Piuttosto, cerca di semplificare i concetti al massimo e ripetili come se li dovessi spiegare ad un bambino, semplici e comprensibili. Questo metodo è conosciuto con il nome di tecnica di Feynman e permette di imparare con velocità il “succo” di ciò che studi.
  6. E’ di estrema importanza fare pause mentre si studia. Molto spesso si pensa che lunghe sessioni di studio siano il metodo più efficace per assimilare meglio i contenuti, ma l’effetto è quello contrario: se si studia tanto senza fare una pausa si ha molta più difficoltà a memorizzare. Perché è fondamentale fermarsi di tanto in tanto? E’ stato osservato che, durante le pause, si ha un picco dell’attività cerebrale: ciò significa che, invece di essere inattivo, il cervello riproduce la sessione di pratica più e più volte, utilizzando l’intervallo come terreno fertile per elaborare, organizzare e integrare le informazioni apprese. Ecco perché può essere efficace ripassare prima di andare a dormire. Il secondo motivo per cui è fondamentale fare pause è che il picco massimo di attenzione ce l’abbiamo nei primi 20 minuti di studio, il che significa che tutto ciò che apprendiamo in seguito verrà codificato dal cervello in modo sempre più impreciso, a causa della stanchezza e della concentrazione che cala. Una tecnica efficace per organizzare le pause è la “tecnica del pomodoro”: 5 minuti di relax che separano sessioni di studio da 25 minuti. Evitiamo di prenderci sempre all’ultimo e di fare le ore piccole… il riposo è importante!
  7. Ultimo, ma non per importanza, non lasciare che le emozioni prendano il sopravvento: la memoria è influenzata dal nostro stato psicologico e funziona meglio quando siamo sereni e fiduciosi, peggio se siamo in ansia o preoccupati. Il classico “vuoto di memoria” che colpisce ogni studente è spesso dovuto ad un’interferenza emotiva, non ad un malfunzionamento della memoria stessa. Quindi calma, organizzati e implementa nella tua routine questi consigli. Buono studio!
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